LA CONCLUSIONE DEL G20 DI LONDRA.

ACCORDO G20: SOSTANZIALMENTE UN PAREGGIO

di Mariano Di Trolio


Il vertice G20 si è concluso ieri a Londra «con un compromesso storico in una crisi straordinaria», citando il Cancelliere tedesco, Angela Merkel.


In effetti, la ricerca di una strategia condivisa, o per lo meno accettata da tutti, è stata lunga e faticosa. Si sono contrapposte, sostanzialmente, due diverse 'filosofie': da una parte la richiesta americana al resto del mondo – Europa in primis – di predisporre pacchetti di stimolo fiscale molto più incisivi; dall'altra, la diversa impostazione europea – imperniata sull'asse franco-tedesco – più preoccupata della ri-regolazione dei mercati finanziari che di nuovi interventi espansivi sul piano macroeconomico (almeno non nel vecchio continente).


Il «compromesso» è stato, con queste premesse, raggiunto su una bozza finale che prevede due diversi piani d'intervento:

- di ri-regolazione dei mercati finanziari e del sistema bancario: predisposizione di una lista dei paradisi fiscali, abolizione del segreto bancario, regolamentazione degli hedge funds, abolizione dei bonus per i manager che faranno fallire le società.

Nel dettaglio, è stato demandato all'OCSE la predisposizione della lista dei tax havens, ossia di quei Paesi con rispettano gli standard internazionali di trasparenza. Due gli elenchi: una black list che comprende Costa Rica, Malaysia, Filippine, Uruguay e una "lista grigia" comprendente Paesi che pur avendo formalmente aderito agli standard internazionali sono, sostanzialmente, trasgressori; tra questi: Svizzera, Belgio, Singapore, Cile e isole Cayman, Liechtenstein, Principato di Monaco.


La struttura dei controlli, per garantire l'applicazione delle nuove regole, ha come perno, accanto agli organismi nazionali, il Financial Stability Forum (che viene rinominato Financial Stability Board) presieduto da Mario Draghi, che dovrebbe vigilare anche sul cosiddetto shadow banking e, dunque, anche sugli strumenti derivati dei mercati non regolamentati (qualcosa come 547 mila miliardi di dollari! Il Pil mondiale è pari a circa 40 mila miliardi di dollari) e sugli hedge funds che avvantaggiandosi anche di una tassazione agevolata, nel corso del 2008, hanno ottenuto ingenti profitti (nell'ordine di qualche miliardo di dollari su base annua), ma che, comunque, gran parte degli osservatori specializzati non ritiene essere la causa scatenante della crisi finanziaria. Il FsB non diviene, comunque, un organismo di vigilanza globale me il suo compito sarà quello di fissare dei principi generali sulla cui applicazione dovranno vigilare le autorità nazionali. Una verifica della messa in essere di queste prescrizioni spetterà al FMI.


Il FsB dovrà quindi vigilare sulla trasparenza e apertura dei mercati finanziari e pre-avvisare (early-warning), insieme al Fondo monetario, su eventuali rischi sistemici. Ne faranno parte tutti i paesi del G20, tutti i membri del Financial Stability Forum, la Spagna e la Commissione Europea.


  • sul piano economico, non ci sono stati decisi – come detto – nuovi piani di stimolo fiscale (quelli già attuati valgono l'1,8% del Pil mondiale nel 2009 e l'1,3% nel 2010; Fonte: Il Sole 24 Ore del 3 aprile 2009, p. 3). Le limitazioni di bilancio, imposte dai dogmi del monetarismo fiscale, dei Paesi europei ha portato alla soluzione adottata: intervenire attraverso gli organismi internazionali, in primo luogo Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. La dote del primo è stata incrementata di 500 miliardi di dollari di nuovi fondi e, dunque, da 250 miliardi a 750. Mentre 250 miliardi di dollari sono andati al cosiddetto Special drawing rights (i Diritti Speciali di Prelievo, la moneta-paniera costituita dalle quattro principali valute), con l'obiettivo, dunque, di aumentare la liquidità complessiva. Di questi 100 dovrebbero andare ai Paesi in via di sviluppo, ma solo 20 a quelli più poveri.


Altre risorse verranno, poi, dalle banche di sviluppo e, in primis, dalla Banca Mondiale che 'metterà sul tavolo' 100 miliardi dollari. Ulteriori 250 miliardi di dollari saranno immessi dai 20 per rivitalizzare il commercio estero.


In totale, dunque, 1.100 miliardi di dollari!


Non appare solido l'impegno di intervenire, entro il 2010, con 5 mila miliardi dollari (in vario modo immessi nel sistema). Infatti, come ha rilevato Federico Rampini, non si tratta di risorse nuove, 'fresche', ma impegni di spesa già assunti in passato e, quindi, come tali, non anti-ciclici.


Nessuno può dire, con esattezza, se questi provvedimenti saranno sufficienti, tuttavia, quello si può già dire è che la maggiore regolamentazione dei mercati finanziari (inclusi, come detto, hedge funds) il maggior coordinamento – grazie all'estensione dei potere del FsB - tra le autorità di vigilanza nazionali, la lista dei paradisi fiscali, il nuovo criterio di adeguamento del capitale bancario (che dovrà aumentare nelle fasi espansive per evitare rischi eccessivi di esposizione degli istituti di credito), sono, certamente, interventi condivisibili.


Tuttavia, la deregolamentazione da sola nulla avrebbe potuto senza la politica monetaria eccessivamente permissiva portata avanti da Greenspan, l'esistenza di squilibri mondiali destabilizzanti (global imbalances) commerciali e finanziari, il conflitto d'interesse latente delle agenzie di rating (su cui, però, si interviene), l'eccessivo ricorso all'indebitamento privato (per surrogare i mancati aumenti – o per lo meno – il mantenimento del potere d'acquisto dei lavoratori, a causa degli effetti della moderazione salariale) e, sostanzialmente, la volontà politica di assecondare queste operazioni. Si interviene, dunque, su una causa (seppure importante) ma non vengono, ancora, date 'risposte' esaurienti sugli ulteriori piani appena sopra citati. Inoltre, bisognerà capire quali condizioni verranno imposte dal Fondo Monetario per accedere agli aiuti; perché, se come contropartita, verrà richiesta (come fino ad oggi accaduto) l'adozione di interventi strutturali consistenti, esclusivamente, nel risanamento del bilancio e in politiche restrittive, allora, il rimedio – dal punto di vista sociale – sarà peggiore del male.


In conclusione, il vertice si chiude con un pareggio tra i due schieramenti in campo: l'asse Usa-Cina, da una parte, Germania-Francia, dall'altra. I cinesi sono/saranno costretti a sostenere i loro grandi debitori anche se la strategia di questi porterà, nel breve periodo, ad una sostanziale svalutazione competitiva del dollaro e, dunque, ad una riduzione delle importazioni americane. In atte sa che tornino tempi migliori, la Cina continuerà, comunque, ad acquistare i titoli del debito pubblico americano. In Europa, l'assenza di un'autorità monetaria e la rigida architettura economica, portano ad escludere ulteriori interventi espansivi (così come era stato richiesto dagli Usa) e ad insistere sulla predisposizione di regole stringenti. Tuttavia, nel medio-lungo periodo (non nel breve, evidentemente, dato che subiranno la maggiore competitività del dollaro), Paesi tradizionalmente export-led, come Germania e Francia (e, sulla loro scia, l'Italia), confidano nella ripresa della domanda americana per portarsi definitivamente fuori dalla crisi. Infine, pur nell'osservanza sostanziale dei vincoli di bilancio imposti da Maastricht, una interpretazione più ampia e flessibile del Patto è possibile (almeno si potrebbe escludere la spesa per la realizzazione di infrastrutture) e di più si potrebbe fare anche sul piano della creazione di titoli del debito pubblico europeo; l'opposizione della Germania è però, almeno nella più stretta attualità, insormontabile.

Raffaele Pirozzi direttore giornaleonline"www.notiziesindacali.com"