Il volo dell'hip hop. Studio d'Arte Fedele, Monopoli (BA), dal 24 maggio al 21 giugno 2009

 

Il volo dell’hip hop

 

Mario Loprete 

 

 

 


 
 
Sede

Studio D’Arte Fedele, Via Mazzini , 49 – Monopoli  (Bari)

 
 
Inaugurazione
Sabato 24 maggio 2009, ore 18

 

 

Durata della mostra

25 maggio  21 giugno 2009

 

 

 

Orari di apertura

10.00 – 12.00 / 18.00 – 20.30, tutti i giorni.

 

 

Ingresso gratuito

 

 

Ufficio Stampa

Studio D’Arte Fedele, Via Mazzini , 49 – Monopoli  (Bari)

tel. 080.8872378 / 335124798

fax 0808876564

 

 

e-mail: studiodartefedele@tiscali.it

 

 

Curatore

Anna Caterina Bellati

 

 

                                                                                                                                                                            


 

 

                                                              

   

 Il volo dell’hip hop

di Anna Caterina Bellati

 

 

Nella seconda metà del XX secolo l’arte ha sentito il bisogno di rispondere a esigenze meno teoriche e più legate all’immediato quotidiano. Scultura e pittura diventano testimonianza delle contraddizioni del presente, il segno conta sempre meno, mentre l’immagine assume valore fenomenologico. La nuova figurazione si assoggetta all’ansia di mostrare quel che accade senza che l’artista intervenga in modo diretto con opinioni o suggerimenti personali. Il dovere di cronaca assume una valenza predominante. Così i giovani artisti, sia nati oltreoceano che cresciuti nella vecchia Europa, avvertono la necessità di scegliere un campo dove il proprio lavoro possa svilupparsi. L’universo in cui si muove la ricerca di Mario Loprete è quello della cultura Hip Hop, in pratica un crogiolo dove si fondono musica rap, breakdance, streetwear e spray art. Il rap è un metalinguaggio nato per comunicare disastri e desideri giovanili, la breakdance (bboying) è invece una danza urbano-tribale ballata lungo i marciapiedi sulle note del rap, mentre l’aerosol è la traduzione artistico visiva delle valenze psicologiche e comportamentali di una generazione che vorrebbe far esplodere la società per generarne una più colorata e ruggente. Nato agli inizi degli anni Settanta nelle comunità afroamericane e latino-americane del Bronx, il termine composto hip hop è stato coniato da Dj Kool Herc. Quando il movimento dei Block Party se ne appropria, l’hip hop scende per le strade. In parallelo, il fenomeno del graffitismo contribuisce a generare fra questi giovani un’identità comune.  Per loro la città è sia spazio di vita che spazio di espressione. Le diverse componenti di questa cultura varcano i confini americani solo una decina di anni dopo, irrompendo con forza nel panorama musicale e rivoluzionando moda, danza e design anche nel vecchio mondo.

 

 

Loprete lavora da molto tempo intorno a questo tema scandagliandone, mostra dopo mostra, le mille sfaccettature. Tuttavia la sua curiosità sulla sfera della cultura hip hop non prende le mosse da una scelta di carattere sociale, l’artista non punta il dito a favore di qualcuno contro qualcun altro. Grande ascoltatore di questo genere musicale, ha invece per gradi indagato tutte le valenze che connotano il milieu in cui l’hip hop è nato e si è sviluppato. Fino a inventare un genere, quello dei ragazzi neri metropolitani. Della loro vita, dei loro modi, Loprete ha studiato tutto. Come si vestono, cosa mangiano, cosa pensano e come si muovono all’interno del proprio guscio. Che siano neri non è un accidente. Specializzandosi su un tipo umano Loprete ne è divenuto il cronista, per dire la verità non del tutto neutro. Si sente che questi giovani emarginati gli piacciono e che la musica di cui si nutrono è la stessa che lui stesso ascolta mentre dipinge. “Sono morbosamente attratto dalle persone di colore”, spiega, “per me dipingerle è una sfida”. I suoi B-boys, così vengono chiamati in gergo i rapper, incarnano l’ideale sotteso a tutta la cultura hip hop, la rivolta giovanile contro il vuoto di valori e di prospettive che la civiltà postindustriale impone. Ed è proprio questo azzeramento delle possibilità che accomuna i soggetti ritratti da Loprete con i ragazzi di qualunque città occidentale. La globalizzazione li rende tutti figli del medesimo mondo e li fa arrabbiare nel medesimo modo. “La mia non vuole essere la voce del ghetto”, dice, “del resto io vivo a Catanzaro e di emarginazione giovanile ne so qualcosa. Cerco semmai di mostrare come l’hip hop rappresenti un fenomeno di aggregazione capace di azzerare le distanze geografiche.

 

L’indagine di Loprete prende forma alla fine del millennio dopo un tirocinio sostanziale sulla pittura figurativa della seconda metà dell’Ottocento con particolare attenzione al ritratto.  In seguito, dal 2002 inizia a frequentare alcuni seminari riguardanti la percezione visiva e psicologica del paesaggio. Fondamentale sarà per il suo lavoro il corso “Dall’Estetica del paesaggio all’estetica della musica” tenuto da E. Matassi. Da questo momento in poi l’artista calabrese parteciperà a premi e collettive e prenderà l’avvio anche la nutrita serie di personali che lo ha condotto alla mostra di Monopoli. Negli anni appena trascorsi l’insistenza sullo stesso tema lo ha portato a una serena capacità nel muoversi all’interno del proprio circuito. Così i suoi ragazzacci coloratissimi sono diventati una famiglia tenuta insieme dai medesimi gesti, dai medesimi sogni, dai medesimi errori. In bilico tra micro-criminalità, poca scolarizzazione, pochi soldi nelle tasche e tanta voglia di affermazione, tanta forza espressiva, tanta lucidità rispetto a se stessi e al proprio destino, i B-boys di Loprete sono ormai diventati una presenza nel panorama dell’arte italiana. Ti guardano diritto negli occhi, come succede in Believe (2008, tecnica mista su cartone, 15×20 cm). Di sicuro hanno perso il timore reverenziale nei confronti del mondo adulto e nei confronti di chi li ha criminalizzati, emarginati, lasciati fuori dal gioco. Nei dipinti di Loprete sono a proprio agio, quello è il loro quartiere, con regole precise diverse dalle norme vigenti all’esterno. Nelle Crime Story del periodo precedente i personaggi sono colti durante un momento di vita e l’occhio indiscreto dell’artista ce li mostra intenti a contare borse di dollari fruscianti. I loro atteggiamenti, i loro gesti, il luogo stesso in cui si ritrovano, per lo più un bar dopo l’ora di chiusura, tutto induce a pensare che quei soldi provengano da un furto o dallo spaccio di droghe o da qualche altro sporco affare. Ma in questi lavori realizzati tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del millennio, i protagonisti non sono consapevoli di un pubblico che li osserva. Si consideri Crime Story (1990, olio su tela, 80×120 cm), nessuno dei quattro protagonisti si rende conto che qualcuno li guarda e li giudica, intenti come sono nei loro conteggi di clienti ed estorsioni. Loprete mette sulla tela un frammento di contemporaneità prelevandolo da uno dei tanti telefilm trasmessi ogni giorno da qualunque rete televisiva. L’argomento non è né scandalizzante né stravagante, è un fatto comune di cui tutti siamo informati. Le ragazze sono in linea con il comportamento dei tizi ai quali si accompagnano. Hanno l’aria sfrontata, portano monili chiassosi di poco valore e indossano vestiti da pupa del capo. Ma in fondo agli occhi conservano i timori della loro giovinezza e forse l’ansia per un’esistenza che avrebbe potuto partire in un’altra maniera. Dopo questa parentesi nel buio di bar dalle dubbie frequentazioni, oggi il mondo nero di Loprete mostra luci più chiare. L’età media dei ragazzi si è molto abbassata, va dai tredici ai vent’anni. E quasi tutti sono in attesa che qualcosa cambi per sempre la loro vita. Fatto con solo 11628 semplici pennellate (2009, olio su tela, 45×35 cm) spiega bene questo nuovo sentimento. Il giovane dallo sguardo tra il bullo e l’insicuro ti sfida, i pollici nelle tasche quasi fossero la fondina di due pistole pronte a sparare. La maglia della squadra preferita, cappellino bianco giamaicano fatto all’uncinetto dalla nonna o da una sorella più grande, dietro la schiena una rete metallica che lo separa dal resto del mondo. Oltre la rete corre la strada, quella che porta in ogni possibile città, in ogni possibile atmosfera, in ogni possibile esistenza diversa da questa. Un elicottero vola a bassa quota monitorando il territorio. Ma il ragazzo sa che manca poco, che quella barriera sta per essere abbattuta e lui aspetta dentro i suoi vestiti puliti che vengano a liberarlo. Solo un anno fa Loprete dipingeva i suoi ragazzi sullo sfondo di un telone militare. L’immancabile mega-radio con casse acustiche incorporate, felpa inneggiante alla magia della musica, cappellino da basket girato di trequarti. Tuttavia lo sguardo in posa è triste, il telone camaleontico è coreografico ma chiude sull’esterno mettendo in contrasto la rigidità della carriera militare e la vivacità della musica. Quelli del 2008 sono ritratti contemporanei che costringono i personaggi dentro un ruolo dal quale non sarà facile saltar fuori. Oggi Loprete si avventura su aspetti più ludici e i suoi ragazzi sono raccontati nei momenti felici e avventurosi di una giornata qualunque. Nella serie di B-Boys realizzati per questa mostra, fondamentale è il tema del volo. Con la bici dalle cromature luccicanti o con lo skate-board i ragazzi si stagliano contro un cielo blu intenso. Le magliette colorate, i capelli ricci e lunghi tenuti fermi da una fascia, i guanti tecnici, tutto fa pensare a un vero sport praticato con attenzione e impegno. I volti contratti nello sforzo dicono di ragazzi sani e felici, la vita è un gioco serio da affrontare con grinta. Per farcela ci vogliono passione, coraggio e una certa dose di spensieratezza. Si sta fuori un sacco di tempo, il gruppo è la vera famiglia. E a sera si torna a casa dopo un’intera giornata a balordeggiare con gli amici. Come il ragazzo di Ed è subito sera (2009, olio su tavola, 60×50 cm) che sta rientrando al tramonto e ancora mette alla prova la sua bici da cross rischiando in bilico su un cordolo di lamiera. Dietro le sue spalle si alza la campagna dove spunta nel verde una piccola casa e sopra cresce un cielo che promette certezze. Non si tratta però di un cielo d’America e il ragazzo non è un nero del ghetto, ma un sangue misto italo-rapper. Quella musica, quello stile di vita, quella voglia di essere diversi e appartenere a un branco preciso è arrivata fin qui.

 

Anna Caterina Bellati

Venezia, aprile 2009

 

 

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