ricostruire la citt dopo il terremoto




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Cittàterritorio: architetti e urbanisti a confronto sulla rinascita degli insediamenti distrutti
‘Ricostruire la città dopo il terremoto’, è possibile ma occorre un piano organico

19-04-2009

“Ricostruire la città dopo il terremoto”. Sul tema si sono misurati questa mattina alla sala Estense Francesco Garofalo, Vittorio Gregotti e Vezio De Lucia,
Alessandro Martelli nell’ambito delle iniziative dell’ultima giornata di Cittàterritorio Festival. “Una riflessione sulla tragedia dell’Abruzzo e sulle tematiche
della ricostruzione degli insediamenti urbani e periferici distrutti era indispensabile in questo contesto – ha affermato Francesco Erbani chiamato a coordinare il confronto
– per provare anche a mettere qualche punto fermo dopo le tante dichiarazioni estemporanee degli ultimi giorni.”
“I problemi da affrontare sono l’esistente e quanto il territorio è considerato sismico. – ha affermato Alessandro Martelli, ingegnere, docente
dell’università di Ferrara – La metà del patrimonio edilizio italiano non è adatta a resistere alle stimolazioni sismiche. Solo dal 2002 dopo la tragedia
della scuola di San Giuliano di Puglia la prevenzione antisismica è diventata una priorità e ora per le nuove scuole si adottano sistemi di ‘isolamento
sismico’ e per quelle esistenti si dovrà sicuramente provvedere. Le moderne tecnologie, infatti, possono supportare effetti anche superiori a quelli provocati dal
recente terremoto e possono essere utilizzate anche dall’edilizia residenziale e non solo da quella pubblica. Prima del 1980 il territorio italiano a rischio sismico era il
25%, ora è riconosciuto il 70%. Sia la città dell’Aquila sia la regione Abruzzo erano comunque già presenti nella zona ad alto rischio. In merito ai crolli
della casa dello studente e dell’ospedale – ha ! poi aggiunto – a mio avviso in quei casi hanno sicuramente fallito sia la realizzazione sia i controlli. Al proposito
ribadisco come sia più che mai necessario rivedere le modalità della aggiudicazioni delle opere pubbliche oggi in Italia dove, costretto a grandi ribassi, chi
acquisisce il lavoro deve sempre più spesso a limare sui costi, e questo ovviamente va a scapito della sicurezza degli edifici”.
“A mio avviso – ha affermato Francesco Garofalo, docente all’università di Pescara, attivo nell’attività di ricostruzione dopo il terremoto in
Irpinia – non è possibile affrontare la ricostruzione annunciando di poter fare ‘presto e bene’ perché dopo un po’ i due elementi potrebbero entrare in
conflitto. Questo perché più il processo è lento e meglio è, perché la discontinuità che si è creata con l’evento sismico ha un
senso e va elaborata. Mi chiedo se ci sarà un piano alla base delle nuove costruzioni e saranno sentiti i residenti”.
“L’ipotesi ‘new town’ è certamente superata. – ha aggiunto l’architetto Vittorio Gregotti, una lunga esperienza nelle zone terremotate della
Sicilia nel 1968 – Se si pensa a un piano questo deve riguardare tutta l’area, ci si impegherà il tempo necessario ma è fondamentale. Sarà utile poi, a mio
avviso, non affidarsi completamente alla partecipazione. Occorre realizzare prima un progetto complessivo poi farlo esaminare, un’operazione contraria non porterebbe da nessuna
parte.
La compatibilità fra edifici storici e la loro trasformazione antisismica può non essere semplice, perché la difficoltà più grossa è la
riparazione. Questo non impedisce di rimettere in discussione le periferie urbane, sulle quali si potrà fare un’azione più strutturale. Il cambiamento possibile
è proprio nelle periferie. Fondamentale è non affidare l’opera ad un unico costruttore”.
“L’ultimo dato fornito fa ammontare a 12 miliardi di euro la cifra necessaria per la ricostruzione delle zone dell’Abruzzo, una cifra enorme ma anche la conferma che
fino ad ora in quella zona non si era certo agito nel senso della prevenzione antisismica. – ha affermato Vezio de Lucia, urbanista, responsabile dell’ufficio tecnico che
ha impostato la ricostruzione di 13mila alloggi e del restauro del centro storico del dopo terremoto dell’80 a Napoli – Eppure si tratta di una zona ad alto rischio
sismico, come altre della penisola italiana dove non si fa ancora niente. Non si può pensare di ricostruire il centro storico dell’Aquila casa per casa, ma il progetto
deve riguardare l’insieme. Il territorio colpito dispone di edifici del secondo dopoguerra, costruiti male sia dal punto di vista urbanistico sia architettonico. Non
c’è bisogno di ‘new town’, ma di ricostruire meglio con caratteri antisismici quanto è crollato. Per quanto riguarda il recupero dell’antico
ritengo che ! restauro e sicurezza sismica possano andare insieme. Non dobbiamo dimenticare – ha aggiunto l’urbanista – che molti dei piccoli centri abruzzesi colpiti
dal recente sisma erano già parzialmente disabitati. Solo ascoltando le popolazioni si potrà capire cosa fare, assecondando e accelerando magari un processo già
anticipato dagli esodi ed evitando così che questi centri possano diventare dei paesi ricostruiti, ma fantasma”.



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