Tra ritardi nei pagamenti e assenza di comunicazione, le aziende restano ostaggio di una burocrazia incapace di offrire risposte. Marco Travaglini, Presidente del Centro Studi ProduttivItalia: “Serve trasparenza operativa, non promesse”
Nel cuore del sistema economico italiano si annida un cortocircuito che continua a minare la fiducia e la capacità di crescita delle imprese: la lentezza cronica della Pubblica Amministrazione (PA) nell’erogazione di fondi, pagamenti e risposte. A riportarlo con forza è Marco Travaglini, Presidente del Centro Studi ProduttivItalia, in un intervento che va ben oltre la denuncia. Il suo è un appello lucido e diretto, rivolto ai vertici della macchina pubblica, affinché si riconosca un fatto essenziale: la produttività delle imprese oggi dipende anche dalla qualità della comunicazione istituzionale.
Secondo le stime citate da Travaglini, lo Stato italiano ha accumulato circa 50 miliardi di euro di debiti verso le imprese. Una cifra imponente, che fotografa un paradosso tutto italiano: da un lato si chiedono investimenti, innovazione, assunzioni; dall’altro si negano certezze, si ritardano pagamenti, si lasciano nel vuoto migliaia di pratiche.
Il problema non è (solo) la burocrazia
Nel dibattito pubblico, si è abituati a etichettare tutto sotto il generico termine di “burocrazia”. Ma Travaglini va oltre: il nodo vero, spiega, non è la norma complessa ma la comunicazione assente. Niente dashboard trasparenti, nessuna piattaforma chiara di monitoraggio, nessun contatto realmente operativo con la PA. Una situazione che, per le imprese – soprattutto quelle medio-piccole e radicate nel Mezzogiorno – rappresenta un ostacolo insormontabile alla pianificazione e alla crescita.
La descrizione che emerge dal suo racconto è quella di una burocrazia muta e inaccessibile, che comunica con le aziende tramite PEC spesso ignorate o perse nei meandri digitali, e in cui la frase più ricorrente è un drammatico “le faremo sapere”. Nessun cruscotto aggiornato, nessun numero da chiamare con certezza di ottenere risposte. Solo un limbo procedurale, dove ogni imprenditore è costretto a rincorrere email, protocolli, funzionari assenti o non formati.
Il costo della disorganizzazione
A rimetterci, oltre ai bilanci aziendali, è la fiducia. “Il non sapere”, sottolinea Travaglini, è il principale nemico della produttività. Perché nessuna impresa può pianificare investimenti, assunzioni o sviluppi strategici in un contesto opaco, dove le tempistiche sono indefinite e le regole di ingaggio cambiano da ufficio a ufficio, da Regione a Regione.
E in questo vuoto istituzionale, prolifera ciò che lui non esita a definire “clientelismo moderno”: telefonate all’amico politico, richieste all’intermediario, conoscenze personali come unica bussola per orientarsi nel labirinto della PA. Una deriva inaccettabile, che mina alle fondamenta i principi di equità e meritocrazia.
Le soluzioni sono semplici (ma disattese)
Niente rivoluzioni futuristiche. Le proposte di Travaglini sono pragmatiche, quasi banali per quanto ovvie: piattaforme digitali chiare, personale formato, tracciabilità delle pratiche, canali di comunicazione diretti e aggiornati. In una parola: normalità. Quella che in altri Paesi europei è standard e qui sembra ancora un privilegio.
L’invito ai decisori – dal MIMIT alle finanziarie regionali, da Invitalia agli assessori locali – è chiaro: la trasparenza informativa deve diventare una priorità strutturale, non un tema accessorio. Perché ogni giorno di ritardo, ogni silenzio amministrativo, si traduce in perdita di produttività, sfiducia, rinuncia.
Conclusioni: senza risposte, non c’è crescita
L’intervento di Marco Travaglini è una denuncia lucida, concreta e scomoda. Ma è anche una chiamata all’azione. La modernizzazione della PA non può più basarsi su slogan o progetti faraonici disancorati dalla realtà. Serve efficienza quotidiana, visibilità dei processi, responsabilità nei tempi e nei modi della comunicazione con le imprese.
Perché il futuro produttivo del Paese – specie in un’epoca di trasformazioni complesse e rapide – non può poggiare su PEC ignorate, né su silenzi prolungati. Deve fondarsi su un sistema in grado di ascoltare, rispondere e accompagnare. E questo sistema, oggi, ancora manca.
